Primo Maggio. Dignità del lavoro. Dignità della persona.

Facciamo sì che questo primo maggio sia la Festa del Lavoro “dignitoso”.

Nel nostro Paese c’è bisogno di tornare a parlare di un lavoro che non sia solamente mezzo di sostentamento ma base di un’esistenza libera e portatrice di benessere per la persona e la società tutta.

Torniamo quindi a utilizzare questo termine ormai desueto nel nostro vocabolario forse perché sembra rimandare a tempi passati. Tempi in cui i lavoratori lottavano per quelle tutele che oggi ci sembrano acquisite definitivamente. E per le quali quindi forse non siamo più propensi a batterci.

Oggi si parla di “buona occupazione”, di “flexicurity”, di “work life balance”, di “smart working” e di tanto altro. Ma ciò che vediamo intorno a noi, al di là di questi termini che sembrerebbero proiettarci verso il lavoro del futuro, è in realtà un declino costante del lavoro dipendente regolamentato e un diffondersi delle occupazioni precarie e di posti di lavoro a basso costo e soprattutto a tutele limitate.

In molti settori lavorativi si assiste ad un aumento delle ore lavorative non retribuite o retribuite in nero, in parte quando non in tutto (i dati ISTAT riferiti al lavoro nero parlano di un “fenomeno” che riguarda almeno 3,7 milioni di lavoratori). I salari continuano ad essere tra i più bassi d’Europa ed il sistema previdenziale viene continuamente eroso.

Ci troviamo quindi a dover discutere ancora oggi di diritti sindacali negati, di protezione sociale minima se non del tutto assente, di precarietà e di sovra-qualificazione dei lavoratori, soprattutto giovani, di un marcato divario di genere, di sfruttamento di lavoratori immigrati.

E se da un lato quindi il lavoro a disposizione è un lavoro sempre più povero, dall’altro l’utilizzo della tecnologia e la digitalizzazione non hanno ancora ottenuto il risultato di aumentare la qualità dei lavori nei quali sono sempre più utilizzate.

Un lavoro dignitoso, infatti, non è solo un lavoro che garantisca la giusta retribuzione e un minimo di tutele sociali. La diffusione improvvisa dello smart working ci ha posto di fronte a nuovi diritti da difendere come ad esempio quello della disconnessione. Ma ci sta facendo comprendere l’importanza di un altro aspetto fondamentale: la socialità del lavoro, ossia l’importanza dei rapporti interpersonali e del confronto con i colleghi.

Il rischio dell’isolamento dei lavoratori e di nuove forme di esclusione o di discriminazione è dietro l’angolo. Così come il rischio che il contributo della persona e del suo pensiero critico in ambito lavorativo valgano sempre meno.

E se si realizzerà effettivamente ciò che sostiene il World Economic Forum, ossia che il 65% dei bambini che oggi frequenta le scuole elementari farà un lavoro di cui al momento non conosciamo neanche il nome, impegniamoci sin d’ora per far sì che anche questi lavori a noi sconosciuti non dimentichino nella loro organizzazione la dignità del lavoratore, del suo essere principalmente persona.